Pål was recently interviewed by fansite outofbluecomesgreen.com about translation plans for Drømmer om storhet, internet and publishing, his favourite author and projects in pipeline. Read the interview:
Buy book at www.forlaget-fabula.no
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Italian fan-translation of “Drømmer om storhet”
by Pål H. Christiansen
translation: Annalisa Maurantonio
Non mi ero mai preoccupato di ascoltare attentamente i testi delle canzoni. Sia che la melodia fosse piacevole oppure no. Potevano cantare qualsiasi cosa per me, l’importante era che non mi deprimessero! Dal mio punto di vista, questo era il ruolo della musica pop. Mantenere gli aspetti piacevoli della vita al di sopra della miseria del mondo. Mantenere vivi i sogni.
Ma avevo reso un’ingiustizia a Waaktaar e agli A-ha, non ascoltando meglio i loro testi? decisi che avrei fatto un serio tentativo di recuperare quel che avevo trascurato. Seduto sul letto, con il blocco degli appunti e la matita, misi il CD per ascoltare “Take on me”.
Già il titolo era un buon punto di partenza. Take on me, significa tradotto letteralmente “prendimi”. Ma che significa Take me on? Suonava singolarmente strano ed equilibrista. D’altra parte comunicava qualcosa della gioia linguistica che si trovava soprattutto in questi testi. Forse non era proprio così che un inglese, un americano o un australiano si sarebbero espressi per l’occasione. Ma non lo era neanche per chi ha scritto queste parole: un ragazzino timido di Manglerud.
PRENDI … ME
Parliamo
Non so di cosa
Lo dirò lo stesso
Oggi è un altro giorno per trovarti
Shying away (cerca sul dizionario!)
Vengo dopo il tuo amore, giusto?
Prendimi (prendimi)
Accettami (accettami)
Me ne andrò
Tra un giorno o due
Non è stupido dirlo
Sono a pezzi
Ma sono io che inciampo
E comincio a capire che la vita è bella
Di’ dopo di me
Meglio essere in salute che tristi
Prendimi
Accettami
Me ne andrò
Tra un giorno o due
La traduzione grossolana di “Take on me” era terminata, ora bisognava limare il testo. Ovviamente era una tentazione lasciarlo stare così com’era, e lasciar perdere di tuffarmi in una piacevole nuotata sulla superficie dei giochi di parole. Ma non era forse il caso di cominciare a prendere sul serio la musica pop? la mia coscienza mi costringeva ad approfondire eventuali altre possibili interpretazioni. Andai a prendere il mio dizionario e cercai l’espressione TAKE ON. Poteva significare: intraprendere; assumere (responsabilità, dipendenti). Controllai persino il lessico nello slang americano, che aggiungeva: prendersela, scalmanarsi, accettare la sfida di (in una partita) .
Sebbene non fosse servito ad illuminarmi, cominciavo comunque a intuire i contorni di un significato più profondo. Oltre l’estetica del contatto che – a prima vista – sottendeva il testo, vi era il grido, la richiesta di attenzione, di essere scoperti. Non era forse questo il punto in questione? qualcosa che andasse nella direzione del PRENDIMI IN CONSIDERAZIONE, o in altre parole: GUARDAMI.
I’ll be gone in a DAAAAYYYYY canta Harket in falsetto nella versione originale. Questo era l’invito a cogliere l’attimo, Carpe diem, seize the day . Questo è lo spazio in cui viviamo, qui ed ora, dobbiamo vivere e guardami ORAAA. E prendimi ORAAAA!
No, per il momento dovevo abbandonare l’idea del contatto e soffermarmi su quello della vista:
GUARDAMI
Parliamo
Non so di cosa
Lo dirò lo stesso
Oggi è un altro giorno per trovarti
E sta svanendo
Vengo a prenderti amore, O.k.?
Guardami
Guardami
Me ne andrò
Tra un giorno o due
Italian fan-translation of “Drømmer om storhet”
by Pål H. Christiansen
translation: Annalisa Maurantonio
Qualcuno aveva distrutto la mia opera di costruzione. Metà divano era scomparso e il tavolo si era abbassato. Bene, era lusinghiero che qualcuno fosse interessato alle copie di libri come “La lettera” o “Il posto delle more”, ma era quello il modo di farlo? dopotutto ero un uomo accondiscendente che regalava più che volentieri i libri ai poveri e alle ragazze-madri; ma la nostra società aveva delle regole e queste regole stabilivano che si scrivesse una lettera, o si telefonasse o si bussasse alla porta per chiedere prima di passare all’azione e prendere l’oggetto desiderato.
Mi spogliai ed andai in bagno. Arriva il tempo in cui ogni uomo deve darci un taglio e scaricare tutti i problemi nel cesso. Era giunto quel momento, dissi a me stesso. Ma appena mi misi sotto la doccia, fui assalito da nuove preoccupazioni. Le macchie di vernice verde si erano sparse su altre parti del corpo. Dalle mani erano salite sui gomiti e fin sopra il torace. Più preoccupanti erano dei puntini rossi che ricoprivano parzialmente quelli verdi. Sembravano delle ferite sanguinanti ed erano più difficili da togliere.
Se lo sfogo non cessava, sarei dovuto andare dal medico. Il medico era una persona che cercavo di evitare, ma se la cosa fosse peggiorata, avrei mandato giù il rospo. Da quel momento in poi avrei trascurato di meno il mio corpo.
Uscito dalla doccia, constatai che qualcuno mi aveva chiamato al telefono. Era di nuovo Helle che mi assillava con quella storia del pranzo con i genitori? Ma quella donna era davvero così testarda? si chiedeva se era meglio preparare la pasta alla siciliana con olive, prosciutto e gamberi. E poi per finire, una richiesta piena di speranza: “Hai letto la mia lettera?”
NOOOO! Urlai contro il telefono e aprii l’armadio con uno strattone. Le donne mi facevano impazzire. Ma che assurdità era? avevo potuto constatare che vi erano ben due possibili padri per il suo bambino non ancora nato e precisamente HAGBART e il RAGAZZINO CON IL GESSO. Avrebbe fatto bene a rivolgersi a loro piuttosto che rompere l’anima di un artista che lavorava sodo!
Diedi un’occhiata agli scaffali dell’armadio. Quello superiore aveva l’etichetta “mutande”. Un cassetto profondo e ampio che conteneva una quantità di boxer, slip e modelli più aderenti. Era vuoto. L’altro scaffale superiore era adibito per tradizione a conservare le calze. Le calze erano una cosa per cui ero particolarmente attento. Dovevano essere nere e di cotone a spugna. Anche quello scaffale era vuoto. A dir la verità tutto l’armadio era vuoto. La mandibola mi cascò per lo stupore lasciandomi a bocca aperta come uno squalo affamato.
Mi buttai sul letto. Che giornata! Ero spossato e decisi di accantonare un po’ il romanzo finché non mi fossi ripreso. Scivolai sotto le coperte.
Il giornale che trovai sotto il cuscino mi era completamente sconosciuto. Era una rivista in neo-norvegese sulle chitarre, PLETTRI, un’edizione vecchia di un anno che era finita in qualche modo nel mio letto insieme ad un mucchio di riviste patinate SAX CON L’EX. Questi ultimi erano dei volgari giornaletti che mescolavano il sesso, con la musica e i vip. PLETTRI, invece, conteneva articoli e interviste interessanti a mitici chitarristi e musicisti del miglior calibro.
In quell’ultima ora avevo pensato poco a Helle. Mi ero sdraiato a sonnecchiare nel letto e fantasticare su cose piacevoli come per esempio quelle delicate canapè offerte durante i grandi eventi di lancio editoriale che si svolgevano a New York e Londra. Helle sarebbe presto diventata un pallido ricordo che sarebbe ricomparsa quando avrei aperto la porta di una camera straniera per trovarvi una persona ad aspettarmi.
Sfogliavo svogliatamente la rivista sulle chitarre. Un’intervista correlata all’uscita del nuovo album dei Savoy catturò la mia attenzione. Il sottotitolo diceva: Quando Pål Waaktaar era un giovane uomo che sognava di diventare una pop star, non immaginava che un giorno si sarebbe chiamato Savoy.
Ben detto, pensai. Certo che non lo sapeva, e non sapeva che sarebbe diventato una figura centrale della musica della seconda metà del 20° secolo. O forse lo SAPEVA? risiedeva latente da qualche parte nella coscienza di un grande talento che un giorno sarebbe diventato grande? Io lo sentivo. Perciò doveva essere così.
Il mio sguardo si soffermò sulla foto di Pål Waaktaar, capelli tinti e ciuffo all’indietro. Ma chi era la donna al suo fianco? quella ragazzetta minuta e mora?
Lessi la didascalia: Lauren Savoy!
Allora QUELLA era Lauren?!
Certo, avevo visto alcune sue foto, ma non avevo mai colto la sua personalità. Qui si presentava in modo completamente diverso e più diretto, solo ora capii che Pål aveva attraversato mari e monti per quella ragazza di Boston, che ora gli aveva dato un figlio di nome August – Augie era il vezzeggiativo – secondo quanto riportato dai giornali.
Per lei aveva scritto circa duecento canzoni nelle quali aveva riversato tutte le sue confidenze in un modo che noi altri non saremmo mai stati capaci di fare, e senza sembrare angoscianti. E mi resi conto che per qualcuno l’amore era veramente qualcosa di grande e di bello per cui valeva la pena lottare. Che esistesse qualcuno che sul serio cercava l’amore ovunque, per mari e monti. Cominciai a canticchiare “Hunting High and Low” e tradussi i versi del ritornello:
Ti cercherò ovunque tu sia
Non esistono confini
Dove non possa raggiungerti
Hmmm? Era proprio così il testo? Non mi sembrava molto bello, pensai. Un conto è l’essere innamorato pazzo, un altro conto è dichiarare di essere un tappetino davanti ai microfoni. Sono tuo, fa’ di me quello che vuoi! oppure « andrò per mari e monti, non esistono confini dove non possa andare » era la traduzione più corretta , ma in questo caso sarebbe stata una canzone sul viaggio.
Mi alzai dal letto e presi a camminare su e giù per la stanza con la rivista in mano, ripensando a quello che era accaduto quel giorno. C’era qualcosa di conosciuto nella coppia con il carrozzino davanti la casa della signora Høilund. Un dubbio crebbe sempre più, mi precipitai a prendere l’elenco del telefono e cominciai a cercare. Sotto il nome “Savoy”, c’era solo l’Hotel Savoy e non riuscivo a immaginarmi quei due al bar con il carrozzino e i pannolini di riserva, leggermente brilli, ridanciani e pronti a qualsiasi depravazione. Ma cosa mi induceva a pensare che quella coppia avesse la residenza a Oslo? in quella città stanca, piena di gente stanca? New York non andava più bene?
Esaminai nuovamente la foto. Non vi erano più dubbi. Quel pomeriggio all’angolo della strada avevo visto Pål e Lauren con il piccolo Augie nel carrozzino. Ridevano, e nel momento in cui mi sono passati davanti, Pål per un istante si è girato verso di me. Nel gesto della risata, aveva rovesciato il capo all’indietro e il suo sguardo si era posato su di me per un secondo. Poi le due tortorelle avevano proseguito la loro piacevole passeggiata, lasciando che la loro risata aleggiasse a lungo sopra i lilla sfioriti, i cespugli di rododendro e i cassonetti dell’immondizia che presto si sarebbero ricoperti di brina. Sentii una forza e una gioia crescere in me, passare attraverso braccia e gambe e invadere tutto il corpo fino alla testa. Avevo incontrato Pål Waaktaar! Avevo incrociato lo sguardo di Pål Waaktaar! E in quell’istante sentii una scarica nel corpo, come se in quel secondo mi fossi connesso ad una corrente di energia dalla forza sconosciuta. Era la corrente che passa attraverso i veri grandi talenti. Coloro i quali creano l’arte per l’eternità.
French fan-translation of “Drømmer om storhet”
by Pål H. Christiansen
translation: Valérie Siondecine
Devant la maison de Madame Høilund je restai assis un moment sur le vélo pour rassembler mes forces. Certes sur le chemin du retour il y avait pas mal de descentes mais je n’avais pas l’habitude de faire du vélo et en plus la visite chez Madame Høilund m’avait usé tant sur le plan physique que moral.
Je démarrai. Une côte menait aux environs de la colline d’Holmenkollen. Des feuilles humides recouvraient la chaussée et de chaque côté se trouvaient de grandes et onéreuses villas avec des jardins spacieux et des allées, qui devaient représenter pour les services municipaux une énorme charge de travail concernant le déblaiement de la neige en hiver. Dieu merci j’habitais en appartement.
Pouvais-je assumer d’avoir laisser Madame Høilund seule sans m’assurer que tout allait bien? Elle n’avait pas l’air bien du tout. Mais Hermann avait dit qu’elle allait atteindre cent ans. C’était un expert, je pouvais compter sur lui.
Comment la vieille dame pouvait réussir à boire toute l’eau gazeuse en une semaine? Cela me paraissait complètement incompréhensible. Et ne parlons pas du chou-fleur!Mais je comprenais mon devoir de réserve. C’est le genre de questions que je ne devais pas me poser.
Tout en haut de la côte apparut un couple avec un landau. Ils riaient et trainassaient. En voilà des parents heureux avec leur premier enfant en promenade automnale! Une belle petite famille en vadrouille. Papa a pensé aux biberons et aux couches. Maman a emmitouflé le petit contre les rigueurs du froid.
Les rires se rapprochèrent. Le père était penché sur le bébé et le chatouillait en riant encore plus. Comme si les enfants étaient des jouets. Il fallait prendre sacrément les enfants au sérieux, selon moi. Pouvait-on dire du bien sur les enfants? Non, pas moi en tout cas.
Je ne voulais pas aller trop vite en besogne et être juste. Je refusais de tirer des conclusions trop hâtives. Je voulais tout bonnement laisser leur chance aux enfants.
Je me penchai en avant et me mis à réfléchir quelques instants tandis que le couple se rapprochait. La femme avait des cheveux bruns, la trentaine et à ses côtés une espèce de grand type qui flânait de façon nonchalante. Ils paraissaient faire une promenade dominicale en pleine semaine.
Il me vînt une idée positive à l’égard des enfants: c’étaient de loin les meilleurs adversaires au Scrabble. Ils étaient faciles à battre. Je me rappelais comment j’avais joué au Scrabble avec le neveu d’Helle il y a quelques années. Cela avait été un moment sympa. C’était quoi son nom déjà? Håkon? Harald? Un prénom royal en tout cas.
Le couple arrivait au coin de la rue où j’étais posté sur mon vélo à philosopher. La femme ne paraissait pas norvégienne et faisait tout petite à côté de l’homme. Quelque chose me faisait dire que ces deux-là étaient juste de passage. C’est pour cela qu’ils sont joyeux, pensai-je; et je les comprenais très bien. Une famille, qui se trouvait volontairement pour quelques jours en Norvège devait être joyeuse rien qu’à l’idée de quitter bientôt le pays. Ils avaient l’air d’assumer complètement et librement cette invention nommée Norvège, flânant comme des touristes dans cet endroit tranquille et paradisiaque.
Au moment où ils passèrent devant moi, l’homme se redressa et nos regards se croisèrent.
French fan-translation of “Drømmer om storhet”
by Pål H. Christiansen
translation: Valérie Siondecine
Madame Høilund avait été une belle femme dans sa jeunesse, même aujourd’hui elle était belle à 90 ans. Elle était vêtue d’une robe de chambre en soie, brodée avec des cœurs, des paillons et des fleurs et à ses pieds elle portait une paire de chaussettes épaisses. Elle jeta un coup d’œil rapide et disparut dans la maison à petits pas traînants.
“Pose la caisse dans la cuisine!”, me lança t-elle du salon.
La cuisine était claire et amicale, mais concernant la bouffe, je ne vis que trois bouteilles de vin rouge posées sur le plan de travail. A côté il y avait un tire-bouchon en ivoire sculpté d’une petite représentation de Tower Bridge. C’était un ouvrage impressionnant.
“Il faut que j’écoute les informations françaises”, cria Madame Høilund.
“Faites donc”, lui lançai-je à mon tour.
Elle était allongée dans le canapé et tenait le petit récepteur radio à son oreille, lorsque je pénétrai dans le salon. La pièce était meublée d’antiquités et les murs recouverts de différentes œuvres artistiques. Le long des murs se tenaient proprement alignées d’innombrables bouteilles de vin vides. Je constatais que j’avais à faire à une femme qui avait le sens de la beauté et du spirituel. Ou bien était-ce Monsieur Høilund qui avait apporté toutes ces bouteilles à la maison? Il n’était visible nulle part, aussi je choisis de prendre congé de la maîtresse de maison.
Sur une petite table il y avait une pile de livres. Je les pris délicatement et les regardai. Je vis l’œuvre d’Hubert Humpelfinger Zones érogènes au Moyen Age. Je fis tomber le livre comme si j’avais eu un rat mort dans les mains.
“Silence! Cria Madame Høilund. J’écoute!”
“Mille excuses, Madame”, fis-je.
“C’était Victor Hugo, l’invité de l’émission”, dit madame Høilund. “Il vient de publier un nouveau roman.”
“Mais, il est mort”, dis-je.
“Ah?”, dit Madame Høilund avec un regard sceptique. Faut pas faire le difficile aujourd’hui!”
“Oui vous avez raison”, fis-je.
“Soyez gentil et allez dans la cuisine déboucher les bouteilles de vin”, ordonna Madame Høilund.
Je retournai à la cuisine et me mis à l’œuvre avec entrain. J’aimais ce sentiment de faire quelque chose d’utile, d’être une espèce de petite roue dentée dans un mécanisme de montre qui porterait le nom de SOINS AUX AINES. Une montre, qui à vrai dire, s’arrêtait de temps à autre, mais redémarrait avec une équipe de gens intelligents et engagés comme moi.
Les bouchons étaient tenaces et Madame Høilund ne cessait de me hurler des ordres incompréhensibles depuis le salon. Sur chacune des bouteilles je devais marquer la moitié pour qu’elle puisse avoir quelle quantité elle pouvait boire chaque jour. Puis je devais indiquer le jour de la semaine, de façon à ce que le haut de la bouteille corresponde à mercredi et le bas à jeudi. Sinon ça pouvait déraper, c’est sûr! Après l’ouverture les bouchons devaient être retirés du tire-bouchon et replacés sur le goulot, enfoncés d’un centimètre.
Lorsque j’eus fini, je jetai un coup d’œil au salon et vis que la vieille dame écoutait toujours la radio. Un concert classique avait succédé aux informations et son visage affichait une expression béate. Elle était là, allongée, repensant à de vieilles amours. Tous les mauvais souvenirs sont évanouis et il ne reste que les bons moments. Je la laissai un peu en paix.
Au mur dans la cuisine il y avait des portraits d’Hermann, enfant. Tout d’abord, bébé sur les genoux de sa tante, puis adolescent à la pêche et à 0 ans avec la coiffe d’étudiant. Une bien belle progression même si je regrettais l’absence de la traditionnelle photo dans la baignoire, celle qui a su prendre une place prépondérante dans la culture occidentale. Hermann aurait dû alors poser devant l’objectif avec un petit canard en plastique dans une main et un bateau dans l’autre.
Les photos me ramenèrent à la lettre d’Helle. De quoi avions-nous vraiment besoin de discuter? Sûrement de la météo! Helle n’était du genre à se plaindre de la pluie et du vent. Elle prenait la météo comme elle venait et s’en accommodait. Et les subtilités philosophiques n’étaient apparemment plus aussi importantes pour Helle. Après tout elle était occupée par autre chose. La signature Helle puait plus que quarante bennes à ordure réunies.
Elle était enceinte? Et alors? Elle n’était pas la première femme dans ce pays qui devait faire face à une grossesse non désirée! Là-dessus il y avait une longue tradition en Norvège. Ellert Sundt, un sociologue, l’avait déjà démontré dans ses écrits au dix-neuvième siècle. Il trouva dans le pays tellement d’immoralité qu’il faillit tout laisser tomber.
Et si elle voulait parler à quelqu’un, elle devait le faire avec le père de l’enfant. Cette espèce d’Hagbart, sûrement. L’homme aux mains de cochon.
Le fait de penser à la lettre de Helle m’avait rendu la bouche sèche, et je me rendis compte avec effroi qu’une bouteille de vin était plus pleine que les autres. Il y avait là une irrégularité qui n’échapperait pas à Madame Høilund et qu’elle ferait remarquer, si ce n’est à moi directement, à Hermann au téléphone. J’ouvris la bouteille et en avalai une bonne gorgée.
“Que faîtes-vous, jeune homme?” Madame Høilund se tenait sur le seuil et me fixait. Elle était pâle et avait du mal à se tenir sur ses jambes. J’aperçus tout de même de la colère dans son regard.
“Je rajuste le contenu”, fis-je.
“Je veux un massage maintenant.”
Italian fan-translation of “Drømmer om storhet”
by Pål H. Christiansen
translation: Annalisa Maurantonio
L’ultimo soffio d’aria scomparve dalla ruota anteriore della bici con un orribile fischio che ricordava il sibilo dei serpenti nella savana africana. Erano suoni come quelli che spinsero la mia collega Karen Blixen ad abbandonare il Kenya e prediligere la natia Danimarca. Il sibilo aveva preso il sopravvento sul suo lavoro e uccise la sua creatività. Presto sarebbe giunto il blocco dello scrittore e perciò non c’era altro da fare che prendere le valige e tornare a nord.
Mi trovavo in mezzo all’incrocio con il cerchione incastrato tra i binari del tram e un paio di automobilisti impazienti proprio dietro di me. Che dovevo fare? Chiedere l’aiuto di Dio? Cantare l’inno? mi trovavo a un bel quarto d’ora dal negozio di Herman, indifeso e abbandonato come un bambino lasciato nel bosco a morire.
Le macchine alle mie spalle cominciarono a strombazzare. Riuscii a liberare la ruota e allontanarmi dalla loro traiettoria di tiro. Però ero nei pressi della scuola di Helle e un’ispirazione mi spinse a proseguire per quella via per dirle un tacito addio. Poiché mi sentivo come una mongolfiera che sta per alzarsi in volo, semplicemente legato alla mia terra da un’esile corda, il mattino seguente avrebbe portato l’imprevedibile. Forse mi sarei ritrovato a Londra, in Kenya o a New York.
Quando arrivai al cancello della scuola, vidi Helle uscire dalla palestra insieme ad un ragazzo. Un vero e proprio mandrillo con il cavallo dei pantaloni calato fino alle ginocchia, il cappello di lana fin sopra le orecchie e un enorme braccio ingessato. Helle indossava lo stesso abito estivo che ora mi sembrava brutto e scialbo. Che cosa avevano fatto nella palestra, era una domanda opportuna. Helle si era laureata in filologia e – nonostante le sue prestazioni atletiche in gioventù – non aveva quasi più messo piede in una palestra da allora.
I due passeggiavano lentamente nel cortile della scuola e parlottavano. Ridevano. Ma, Helle non aveva il viso insolitamente acceso, un pensiero suggeriva “ARROSSATO”, come se avesse appena saltato la cavallina o si fosse arrampicata sulla corda? o forse aveva corso nel tentativo di mantenersi in forma? oppure si trattava di ben altre cose che avevano fatto? il pensiero mi fece scuotere sconsolato la testa. Era lui il vero padre del bambino e non Hagbart? Erano forse entrambi i più forti candidati al titolo di paternità? il ragazzo che era entrato nell’istituto scolastico poteva avere l’età di un figlio per Helle! Rabbrividii. Che Helle potesse cadere così in basso, era più di quanto potessi immaginare. O forse avevo notato questa tendenza senza dare il giusto peso? Lo credevo veramente in quel momento. Con il senno di poi è facile interpretare le cose. Nonostante tutto ero stato fortunato a sfuggire dalle grinfie di quella donna.
Herman stava parlando al telefono con la signora Høilund, quando ritornai al negozio. Stavano chiaramente parlando del caso Hubbing, perché Herman ripeteva sempre le parole BOSCO, BAMBINO, MADRE. Poi cambiarono argomento, esprimendo reciproca preoccupazione per il clima, che sarebbe peggiorato, ma sempre più caldo e avrebbe provocato gli incendi boschivi. Se continuava così, avremmo perso la fase più affascinante dell’autunno, pensai. Victor Hugo non fu nominato.
- E’ andata bene, vero? – mi chiese Herman.
- Assolutamente perfetto. Tua zia è una persona affascinante – dissi.
- Sì, certo, grazie!
- Ma la tua bici ha bisogno di un controllo – dissi.
- I binari del tram?
- E cosa sennò?
Herman aprì il registro di cassa e mi pagò la commissione in contanti. Doveva essere stato estremamente contento per come erano andate le cose con la signora Høilund, perché mi diede molto più che una semplice mancia.
- Posso contarci anche per la prossima volta? – disse Herman con un filo di voce.
- Perché no? – risposi.
French fan-translation of “Drømmer om storhet”
by Pål H. Christiansen
translation: Valérie Siondecine
Hermann avait enfin fait rentrer de la sauce dolmio à l’ail et aux champignons. Spécialement pour moi, il en avait commandé un carton supplémentaire et l’avait caché dans la réserve. Je lui en serai éternellement reconnaissant. Maintenant la nourriture reprenait le bon chemin. C’était l’alpha et l’omega du travail qui m’attendait.
“Est-ce que les pâtes ne font pas de grumeaux dans l’estomac?” demanda Hermann.
“Hm, c’est une vieille légende”, fis-je.
“Plus c’est vieux, meilleur c’est!” rétorqua Hermann.
“Les sportifs mangent beaucoup de pâtes”, dis-je, “c’en est la preuve, non?”
Hermann haussa les épaules et prit le téléphone. Je compris que c’était sa tante, Hulda Høilund, à l’appareil, car il était si mielleux et prévenant que cela faisait mal à entendre.
“Du chou-fleur, oui bien sûr”, dit Hermann.”Et de l’eau gazeuse?”
“As-tu quelque chose à faire?” me demanda t-il une fois la conversation terminée.
“Oui.”
“Viens par là!”
Nous sortîmes dans la cour arrière. Il y avait le vélo de livraison qui portait le panneau “Hermanns Hjørn” en gros caractères noirs sur fond bleu, de même qu’une plate-forme épaisse destinée à protéger les marchandises en cas de pluie ou de tentatives de vol de la part des corneilles et autres malotrus.
“Voilà le principe : il suffit de pédaler et de tenir le guidon droit”, expliqua Hermann.
“Ça fait deux choses en même temps!” fis-je.
“Si on rajoute les rails du tram, ça fait quatre!” ajouta Hermann.
Un peu plus tard j’enfourchai la vieille bicyclette avec sur la porte-bagages le chou-fleur et l’eau gazeuse pour Madame Høilund, et dans la poche arrière de mon pantalon, la lettre d’Helle se consumait comme une petite flamme qui ne voulait pas s’éteindre. Madame Høilund avait très certainement une jolie poubelle qui contiendrait volontiers en son sein tiède cette lettre close d’un amour infidèle. Mais à présent nous étions ne route la lettre et moi.
Peut-être que ce tour à vélo n’était pas si bête, pensai-je. Je connus en effet un soupçon de liberté tandis que je pédalais prudemment près des rails du tram sur Frognerveien et me frayais un chemin à travers Kirkeveien pour ensuite arriver au Stade Frogner. Madame Høilund habitait sur Gravlunden et malgré la côte qui augmentait jusqu’à Volvat, je n’étais pas prêt à capituler face à la souffrance. J’étais prêt à lutter. Enfin c’est ce qu’il me parut.
Des questions se pressèrent à nouveau dans ma tête. Devais-je quitter le pays pour concrétiser mon potentiel? Mais à vrai dire, serais-je capable d’habiter un 9 m² à Londres alors que j’en avais un de 30 m² à Oslo? La pensée n’était pas vraiment directement close mais logique. Plus rien ne me retenait dans ma patrie. Mon amour était en ‘Mille morceaux ‘ comme l’avait si bien exprimé Björn Afzelius. En fait il n’était même plus question de morceaux mais plutôt d’une infime poussière que le vent poussait jusqu’à la mer avec les mouettes et le pollen. Même le boulot était compromis. Bientôt je vais me rouiller et ne réagirai plus à la décadence linguistique de ce pays du Grand Nord. N’était-ce pas une raison de plus de m’enfuir dans un autre pays, sous une autre bannière où la langue est tenue en respect et où la culture représentait un pilier de l’indépendance nationale? Joseph Conrad, par exemple, ne s’était-il pas mis à écrire en anglais et ainsi forgé une place spirituelle au firmament de la Grande Bretagne? Ne parlons pas de Morten, Magne et Pål, qui ont tourné le dos à la Norvège et sont partis en Angleterre. Et puis, il y avait mes amis : Haagen, Higgins et Hjort. Il y avait quelque chose qui clochait ces derniers temps avec eux.
Je fis une pause sur Ringhus. Je ne m’étais plus assis sur un vélo depuis la fin des années soixante-dix, lors des élections municipales où je soutenais le Parti de gauche. Pour tout avouer, j’avais mal au cul ainsi qu’ à quatre ou cinq autres endroits et mon souffle n’était plus ce qu’il avait été.
Je posais mes mains sur mes fesses et les massais un peu. J’y gagnai seulement que la lettre d’Helle tomba sur l’asphalte. Si cela n’avait tenu qu’à moi, elle pouvait rester par terre, mais là, il était question de vie privée. N’importe qui pouvait trouver la lettre et l’utiliser contre moi un jour. Je récupérai donc l’enveloppe et me décidai à l’ouvrir.
Helle avait une écriture extraordinairement belle. Je n’avais jamais eu de problème à la suivre à travers ses pleins et ses déliés et sa syntaxe parfaite. Mais maintenant les lettres dansaient devant mes yeux. Je ne réussissais pas à faire le lien avec son contenu. Et même s’il y avait eu une faute, je n’étais pas celui qui la verrait. Je me frottai les yeux et relu la lettre:
Cher Hobo,
Je dépose cette lettre au cas où tu passes dans la journée.
Je suis enceinte, nous devons parler.
Helle
Italian fan-translation of “Drømmer om storhet”
by Pål H. Christiansen
translation: Annalisa Maurantonio
Ero in bici fuori dalla porta di casa della signora Høilund a raccogliere le forze. Era lunga la strada per tornare a casa, e come ho già detto non ero più abituato a pedalare, inoltre la visita alla signora Høilund mi aveva molto impegnato sia sul piano fisico che mentale.
Fissai la strada. Una salita in collina conduceva ai quartieri in fondo a Holmenkollen. L’asfalto era ricoperto di foglie e su entrambi i lati si affacciavano grandi e costose case con ampi giardini e vialetti che necessariamente dovevano essere spazzati dalla neve durante l’inverno. Per fortuna vivevo in un appartamento, pensai.
Era giusto lasciare la signora Høilund senza assicurarmi che stesse bene? non aveva un bell’aspetto. Ma Herman diceva che la zia avrebbe vissuto almeno fino a cento anni, perciò mi affidai a quel che diceva. In fondo l’esperto era lui.
Come l’anziana signora riuscisse a finire in una settimana tutta quell’acqua tonica, mi era incomprensibile. Per non parlare dei cavoli. Ma capii che una certa discrezione è necessaria in questi casi. Non erano domande che mi riguardavano.
Una coppia con il carrozzino sbucò dalla collina. Ridevano e scherzavano. Due genitori felici che facevano una passeggiata autunnale, pensai. Una famigliola in gita. Il papà si era ricordato di prendere il biberon e i pannolini. La mamma aveva vestito ben bene il piccolo per difenderlo dall’inverno che era dietro l’angolo in ogni istante.
Le risate si avvicinarono. Il padre si chinò sul bebè, lo giocherellò e rise. Come se i bambini fossero una cosa con la quale scherzare, pensai. I bambini erano un affare maledettamente serio. Sì, a pensarci bene c’era qualcosa di buono da dire sui bambini?, pensai. Non mi venne in mente niente, ma pensai di essere sportivo e leale e che forse era meglio non giungere a conclusioni affrettate: avrei dato ai bambini un’altra chance.
Mi chinai sul manubrio e rimasi a pensare qualche secondo, mentre continuavo ad osservare la coppia che si avvicinava: una brunetta sulla trentina di anni e un tipo allampanato con un’andatura spensierata. Sembrava che stessero facendo una gita domenicale, eppure si era nel pieno della settimana.
Ecco, c’era UNA cosa positiva nei bambini: erano decisamente gli avversari migliori a Scarabeo. Era facile batterli e divertente fregarli. Ricordo ancora quella volta che giocai a Scarabeo con il nipote di Helle. Fu molto divertente. Come si chiamava? Håkon? Harald? Boh, qualcosa di regale, comunque.
La coppia era arrivata all’angolo dove stavo a filosofeggiare sulla bici. La donna non sembrava norvegese ed era minuta a fianco all’uomo. Qualcosa mi diceva che quei due erano in visita da queste parti. Per questo erano allegri, pensai e li capivo molto bene. Una famiglia che volutamente si trovava in Norvegia per trascorrere alcuni giorni doveva necessariamente essere felice al pensiero che presto avrebbero lasciato quel paese. Ovviamente accettavano liberamente questa “trovata” che era la NORVEGIA per la quale erano turisti che passeggiavano nel Paradiso celeste.
Passando davanti a me, l’uomo si voltò nella mia direzione e i nostri sguardi si incrociarono.
French fan-translation of “Drømmer om storhet”
by Pål H. Christiansen
translation: Valérie Siondecine
Si je carressai l’espoir de faire quelque chose d’important pour l’humanité, je ne pouvais pas être aussi accessible qu’une baraque à frites.
Je pris un crayon et me mis à le tailler soigneusement et longuement. Je me demandai si Hemingway ouvrait la porte quand il écrivait? Probablement pas. Mais dans ce cas je manquais cruellement de célébrité. Je ne savais pas si la sonnette était répandue après la première guerre mondiale, ou si on n’ utilisait plutôt les heurtoirs ou si on s’en tenait à l’ancienne et frappait plusieurs fois avec le poing dans le mince espoir d’être entendu.
J’entendis un grattement sur la fente à lettres. Je bondis et me dirigeai vers la porte. Les gens devenaient de plus en plus effrontés, et là, j’avais à faire à un véritable effronté endiablé et sournois qui ne comprenait pas que non voulait dire non. J’ouvris brusquement la porte et ragardai dans le couloir.
Helle était penchée prête à mettre une lettre dans la fente. Un acte indiscret et intime, enfin, c’est ce qu’il m’apparut. Obscène dans son manque de respect pour ma vie privée.
“C’est privé ici!” fis-je.
Helle se redressa l’air interrogateur et me fixa avec une main sur les reins comme une vieille commère qui avait passé des années sur un matelas dur.
“Ah, tu es là? dit-elle.
“Où pourrais-je bien être?”
“Au boulot!”
Si elle voulait couper le cheveu en quatre sur de tels détails que mon lieu de travail, mon appartement ou la lune, elle ferait bien de le faire devant chez elle.
“Je suis déçu que tu bluffes ainsi,” dis-je.
“Que veux-tu dire?”
“Tu le sais bien”, dis-je. “Est-ce que Bull te dit quelque chose?”
Helle essaya de jeter un œil dans l’appartement. Oui, il s’en était passé des choses ici depuis sa dernière visite. Je fis en sorte qu’elle ne puisse rien voir d’intéressant avant de poursuivre la conversation. J’en profitai aussi pour l’observer plus précisément maintenant que je l’avais à portée de main. Elle était pâle, elle avait vraiment une sale tête! Cela arrivait à ceux qui baisaient toute la nuit et ne buvaient pas assez d’eau.
“Tu parles d’Olaf Bull?” dit-elle.
“Par exemple”, fis-je. “Il est vrai qu’il y en a d’autres de l’espèce des Bull. Nous avons Brynjull Bull et Trygve Bull pour ne citer qu’eux.”
Il y avait quelque chose de nouveau sur le visage d’Helle. Elle voulait obtenir quelque chose de moi, mais je n’étais pas encore prêt, pas avant longtemps. Et soudain j’aperçus une bague que je ne lui connaissais pas auparavant. Elle était relativement fine et plate et rappelait un peu une bague de fiançailles ou de mariage. L’amour à grande vitesse, pensai-je.
“Tu as déclaré que Epave d’été se trouvait dans Nouveaux Poèmes. Baratin! Oser me mentir sur un truc pareil!” dis-je.
Je reconnus à mon grand étonnement que j’avais les larmes aux yeux. D’où cela venait-il? On ne connaissait pas le jour avant que le soleil soit couché. Maintenant c’était sûr!
“Puis-je m’asseoir?” demanda Helle.
Impossible, fis-je. Quelqu’un a volé mon canapé. De plus Je TRAVAILLE! En tant qu’artiste mon propre corps est ma maison. Tu me trouves là où je suis prêt. Aujourd’hui je suis fermé pour la journée.”
je la repoussai et claquai à nouveau la porte. Pour être tout à fait sûr, je tirai la chainette de sécurité et puis je pus retourner à mon travail. Sur le sol dans le couloir se trouvait cependant la lettre qu’Helle avait postée.
Malgré le fait que je savais déjà ce qu’elle contenait, j’hésitai à l’ouvrir. C’était une chose de savoir la vérité sur soi même; C’en était une autre de la recevoir en pleine figure par des mots. Des mots? Lorsqu’il s’agissait de lecture, je me montrais insatiable et curieux. J’avais une irrésistible envie d’ouvrir cette lettre pour trouver comment Helle s’était exprimée. Si, par exemple, il y avait la moindre faute, je pourrais m’en réjouir et m’en servir contre elle si je la croisais dans la rue ou un magasin un jour.
“Ça va plutôt mal!” lui ferais-je.
“Comment ça?” dirait-elle.
“Tu as réussi à écrire malheureusement sans h!”
“Ce n’est pas possible”, protesterait-elle.
“Si tu l’as fait!”
Et je me contenterais de lui sourire et de la planter là, confuse et apeurée sur le trottoir ou dans le rayon du magasin et rentrerais chez moi retrouver mes succès futurs d’écrivain.
Italian fan-translation of “Drømmer om storhet”
by Pål H. Christiansen
translation: Annalisa Maurantonio
La signora Høilund doveva essere stata una donna bellissima da giovane. Lo era ancora oggi con i suoi 90 anni di tutto rispetto. Indossava una vestaglia di seta con cuori, farfalle e fiori ricamati e indossava un paio di calze pesanti. Mi diede una rapida occhiata e poi scomparve in casa a rapidi, piccoli passi.
- Metti la spesa in cucina – mi urlò dalla stanza.
La cucina era luminosa e carina, ma l’unico cibo o bevanda che vidi erano tre bottiglie di vino rosso sul tavolo. A fianco alle bottiglie c’era un cavatappi d’avorio con una delicata incisione del London Bridge. Era un capolavoro di artigianato.
- Devo ascoltare il notiziario francese – urlò la signora Høilund.
- Faccia con comodo – le risposi.
Era seduta sul divano con l’orecchio incollato ad una radiolina, quando entrai nella stanza arredata con pezzi di antiquariato, le pareti erano ricoperte di oggetti artistici di ogni genere. Lungo le pareti erano allineate bottiglie di vino rosso in file compatte. Ecco una donna che aveva dei valori e un gusto per le cose belle, conclusi. O forse era il signor Høilund ad aver portato tutti quegli oggetti in casa? non lo vedevo in giro, per cui decisi di attribuire tutto l’onore alla signora. Su un tavolino c’era una pila di libri. Li scorsi con cautela. Non era per caso quell’obbrobrio letterario di Hubert Humpelfinger, “Le zone erogene nel Medioevo”? lo allontanai da me come se avessi toccato un topo morto.
- Silenzio!, devo ascoltare – intimò la signora.
- Mi scusi, signora
- C’è Victor Hugo in studio. Ha appena pubblicato un nuovo libro – mi informò.
- È morto – dissi
- Davvero?! – esclamò guardandomi perplessa – Sono tempi duri quelli di oggi.
- Eh già!
- Sii gentile e va in cucina ad aprire una delle mie bottiglie di vino rosso – disse la signora Høilund.
Ritornai in cucina per svolgere il mio compito a cuor leggero. Mi piaceva quella sensazione di fare qualcosa di utile, di essere un piccolo ingranaggio di quel meccanismo che prende il nome di CURE PER GLI ANZIANI. Un meccanismo che a volte stenta, ma che viene svolto da un gruppo di volontari impegnati e solerti proprio come me, pensai.
I tappi delle bottiglie erano ben piantati e per tutto il tempo la signora Høilund mi urlava istruzioni incomprensibili dalla sua stanza. Ogni bottiglia doveva essere svuotata a metà perché la signora doveva bere almeno mezza bottiglia al giorno. Dopodiché, ogni metà doveva essere segnata con il giorno della settimana, cosicché la metà superiore riportava l’etichetta del mercoledì e quella inferiore l’etichetta del giovedì, altrimenti ci si poteva confondere, è chiaro. Dopo aver aperto le bottiglie con il cavatappi, i tappi dovevano essere rimessi per almeno un centimetro nel collo della bottiglia.
Finito il mio compito, tornai nella stanza dove la signora stava ancora ascoltando la radio. Un concerto di musica classica aveva preso il posto del notiziario, la signora aveva un aspetto beato. Ecco, sta ricordando un vecchio amore, pensai. Ogni male era stato cancellato e si ricordavano solo le gioie. La lasciai stare in pace.
Sulle pareti della cucina, c’erano le foto di Herman nelle sue fasi di crescita: da neonato in braccio alla zia, poi adolescente in gita a pescare e con il cappello dei diplomati a 20 anni. Una fantastica progressione, ma mancava l’obbligatoria foto in costume da bagno che era uno dei baluardi della cultura occidentale, la foto in cui Herman guardava sorridente l’obiettivo della macchina fotografica con la paperella in una mano e la nave giocattolo nell’altra.
Le foto mi fecero nuovamente pensare alla lettera di Helle. Di cosa dovevamo “parlare”? Non certo del tempo. Helle non era il tipo di persona che si lamenta della pioggia o del vento. La prendeva per come veniva e basta. Le sottigliezze filologiche non erano più così importanti per lei. Era decisamente presa da altre cose. La conclusione della lettera, “Tua Helle”, puzzava più di quaranta camion dell’immondizia.
Era incinta? Bene. Non era la prima donna di questo paese ad aver avuto una gravidanza indesiderata. C’è una lunga tradizione in Norvegia. Lo sottolineava persino il sociologo Eilert Sundt nei suoi scritti risalenti al 1800. Trovò gli usi e i costumi cittadini talmente immorali che decise di ritirarsi in collina. E se poi voleva proprio “parlare” con qualcuno, che lo facesse con il padre del bambino. Quel Hagbart, probabilmente. L’uomo con le zampe di maiale.
Pensare alla lettera di Helle mi fece venire la gola secca, e mi accorsi con terrore che una delle bottiglie di vino rosso era più piena delle altre. Vi era un’irregolarità che la signora Høilund avrebbe fatto notare, se non a me, ad Herman per telefono. Aprii la bottiglia e ne presi un bel sorso.
- Cosa sta facendo, giovanotto?
La signora Høilund era sulla soglia della porta e mi fissava. Era pallida e a mala pena si reggeva sulle gambe. I suoi occhi avevano una luce maligna.
- Stavo regolando il livello – dissi.
- Desidero un massaggio – disse la signora Høilund.