Italian fan-translation of “Drømmer om storhet”
by Pål H. Christiansen
translation: Annalisa Maurantonio
Capitolo 18
Qualcuno aveva distrutto la mia opera di costruzione. Metà divano era scomparso e il tavolo si era abbassato. Bene, era lusinghiero che qualcuno fosse interessato alle copie di libri come “La lettera” o “Il posto delle more”, ma era quello il modo di farlo? dopotutto ero un uomo accondiscendente che regalava più che volentieri i libri ai poveri e alle ragazze-madri; ma la nostra società aveva delle regole e queste regole stabilivano che si scrivesse una lettera, o si telefonasse o si bussasse alla porta per chiedere prima di passare all’azione e prendere l’oggetto desiderato.
Mi spogliai ed andai in bagno. Arriva il tempo in cui ogni uomo deve darci un taglio e scaricare tutti i problemi nel cesso. Era giunto quel momento, dissi a me stesso. Ma appena mi misi sotto la doccia, fui assalito da nuove preoccupazioni. Le macchie di vernice verde si erano sparse su altre parti del corpo. Dalle mani erano salite sui gomiti e fin sopra il torace. Più preoccupanti erano dei puntini rossi che ricoprivano parzialmente quelli verdi. Sembravano delle ferite sanguinanti ed erano più difficili da togliere.
Se lo sfogo non cessava, sarei dovuto andare dal medico. Il medico era una persona che cercavo di evitare, ma se la cosa fosse peggiorata, avrei mandato giù il rospo. Da quel momento in poi avrei trascurato di meno il mio corpo.
Uscito dalla doccia, constatai che qualcuno mi aveva chiamato al telefono. Era di nuovo Helle che mi assillava con quella storia del pranzo con i genitori? Ma quella donna era davvero così testarda? si chiedeva se era meglio preparare la pasta alla siciliana con olive, prosciutto e gamberi. E poi per finire, una richiesta piena di speranza: “Hai letto la mia lettera?”
NOOOO! Urlai contro il telefono e aprii l’armadio con uno strattone. Le donne mi facevano impazzire. Ma che assurdità era? avevo potuto constatare che vi erano ben due possibili padri per il suo bambino non ancora nato e precisamente HAGBART e il RAGAZZINO CON IL GESSO. Avrebbe fatto bene a rivolgersi a loro piuttosto che rompere l’anima di un artista che lavorava sodo!
Diedi un’occhiata agli scaffali dell’armadio. Quello superiore aveva l’etichetta “mutande”. Un cassetto profondo e ampio che conteneva una quantità di boxer, slip e modelli più aderenti. Era vuoto. L’altro scaffale superiore era adibito per tradizione a conservare le calze. Le calze erano una cosa per cui ero particolarmente attento. Dovevano essere nere e di cotone a spugna. Anche quello scaffale era vuoto. A dir la verità tutto l’armadio era vuoto. La mandibola mi cascò per lo stupore lasciandomi a bocca aperta come uno squalo affamato.
Mi buttai sul letto. Che giornata! Ero spossato e decisi di accantonare un po’ il romanzo finché non mi fossi ripreso. Scivolai sotto le coperte.
Il giornale che trovai sotto il cuscino mi era completamente sconosciuto. Era una rivista in neo-norvegese sulle chitarre, PLETTRI, un’edizione vecchia di un anno che era finita in qualche modo nel mio letto insieme ad un mucchio di riviste patinate SAX CON L’EX. Questi ultimi erano dei volgari giornaletti che mescolavano il sesso, con la musica e i vip. PLETTRI, invece, conteneva articoli e interviste interessanti a mitici chitarristi e musicisti del miglior calibro.
In quell’ultima ora avevo pensato poco a Helle. Mi ero sdraiato a sonnecchiare nel letto e fantasticare su cose piacevoli come per esempio quelle delicate canapè offerte durante i grandi eventi di lancio editoriale che si svolgevano a New York e Londra. Helle sarebbe presto diventata un pallido ricordo che sarebbe ricomparsa quando avrei aperto la porta di una camera straniera per trovarvi una persona ad aspettarmi.
Sfogliavo svogliatamente la rivista sulle chitarre. Un’intervista correlata all’uscita del nuovo album dei Savoy catturò la mia attenzione. Il sottotitolo diceva: Quando Pål Waaktaar era un giovane uomo che sognava di diventare una pop star, non immaginava che un giorno si sarebbe chiamato Savoy.
Ben detto, pensai. Certo che non lo sapeva, e non sapeva che sarebbe diventato una figura centrale della musica della seconda metà del 20° secolo. O forse lo SAPEVA? risiedeva latente da qualche parte nella coscienza di un grande talento che un giorno sarebbe diventato grande? Io lo sentivo. Perciò doveva essere così.
Il mio sguardo si soffermò sulla foto di Pål Waaktaar, capelli tinti e ciuffo all’indietro. Ma chi era la donna al suo fianco? quella ragazzetta minuta e mora?
Lessi la didascalia: Lauren Savoy!
Allora QUELLA era Lauren?!
Certo, avevo visto alcune sue foto, ma non avevo mai colto la sua personalità. Qui si presentava in modo completamente diverso e più diretto, solo ora capii che Pål aveva attraversato mari e monti per quella ragazza di Boston, che ora gli aveva dato un figlio di nome August – Augie era il vezzeggiativo – secondo quanto riportato dai giornali.
Per lei aveva scritto circa duecento canzoni nelle quali aveva riversato tutte le sue confidenze in un modo che noi altri non saremmo mai stati capaci di fare, e senza sembrare angoscianti. E mi resi conto che per qualcuno l’amore era veramente qualcosa di grande e di bello per cui valeva la pena lottare. Che esistesse qualcuno che sul serio cercava l’amore ovunque, per mari e monti. Cominciai a canticchiare “Hunting High and Low” e tradussi i versi del ritornello:
Ti cercherò ovunque tu sia
Non esistono confini
Dove non possa raggiungerti
Hmmm? Era proprio così il testo? Non mi sembrava molto bello, pensai. Un conto è l’essere innamorato pazzo, un altro conto è dichiarare di essere un tappetino davanti ai microfoni. Sono tuo, fa’ di me quello che vuoi! oppure « andrò per mari e monti, non esistono confini dove non possa andare » era la traduzione più corretta , ma in questo caso sarebbe stata una canzone sul viaggio.
Mi alzai dal letto e presi a camminare su e giù per la stanza con la rivista in mano, ripensando a quello che era accaduto quel giorno. C’era qualcosa di conosciuto nella coppia con il carrozzino davanti la casa della signora Høilund. Un dubbio crebbe sempre più, mi precipitai a prendere l’elenco del telefono e cominciai a cercare. Sotto il nome “Savoy”, c’era solo l’Hotel Savoy e non riuscivo a immaginarmi quei due al bar con il carrozzino e i pannolini di riserva, leggermente brilli, ridanciani e pronti a qualsiasi depravazione. Ma cosa mi induceva a pensare che quella coppia avesse la residenza a Oslo? in quella città stanca, piena di gente stanca? New York non andava più bene?
Esaminai nuovamente la foto. Non vi erano più dubbi. Quel pomeriggio all’angolo della strada avevo visto Pål e Lauren con il piccolo Augie nel carrozzino. Ridevano, e nel momento in cui mi sono passati davanti, Pål per un istante si è girato verso di me. Nel gesto della risata, aveva rovesciato il capo all’indietro e il suo sguardo si era posato su di me per un secondo. Poi le due tortorelle avevano proseguito la loro piacevole passeggiata, lasciando che la loro risata aleggiasse a lungo sopra i lilla sfioriti, i cespugli di rododendro e i cassonetti dell’immondizia che presto si sarebbero ricoperti di brina. Sentii una forza e una gioia crescere in me, passare attraverso braccia e gambe e invadere tutto il corpo fino alla testa. Avevo incontrato Pål Waaktaar! Avevo incrociato lo sguardo di Pål Waaktaar! E in quell’istante sentii una scarica nel corpo, come se in quel secondo mi fossi connesso ad una corrente di energia dalla forza sconosciuta. Era la corrente che passa attraverso i veri grandi talenti. Coloro i quali creano l’arte per l’eternità.



January 19, 2010 at 4:33 pm
Well done again, Annalisa. It’s wonderful to see my words in Italian, it sure is. It’s like half sleeping on the beach of Amalfi and having a sort of conversation with Henrik Ibsen inside my head and oustide the Italians are speaking of icecream…